Cosa provo nel licenziare ….Caro Presidente

Ho Trovato in giro per web questa lettera di un imprenditore alle prese con la propria coscienza e che affida il suo sfogo al Presidente, non si capisce quale sia il presidente ma ci piace pensare che sia il Presidente della Repubblica…. Questa è la testimonianza di un uomo della nostra terra densa di fierezza che di fronte alla crisi di questi tempi afferma la propria dignità e la nobiltà di restare uomini nonostante la sciagura che abbatte valori e princìpi di solidarietà……….

Presidente, mi scuso per l’assenza di caro, o gentile, o esimio, ma davvero non ne sento il bisogno.

Le scrivo per passarle un’emozione che forse non ha mai provato e che probabilmente potrà trovare, se volesse accertarsene, anche tra le famiglie che portano i loro figli nello stesso asilo di suo nipote.

Avere una pietra in gola e non sapere come far uscire la voce. La consapevolezza che dopo le tue parole un mondo intero crollerà sulle spalle di un’altra persona e che da quel momento in poi sarà solo il destino a decidere per lei. Si deve fare è quello che pensi per convincerti che sia la cosa giusta pur sapendo che di giusto non c’è proprio niente. Dover eseguire una task che il tuo cuore, la tua testa, tutto te stesso non accettano nemmeno in minima parte. La consapevolezza di essere un mostro che rovina la vita di un’altra persona.

Ecco. Questo significa, caro Presidente, dover licenziare qualcuno.
Un ragazzo che pochi mesi prima hai assunto a tempo indeterminato. Una giovane che nel mese di dicembre ti ha regalato un mazzo di fiori perché le avevi rinnovato il contratto.
Persone con vite sulla schiena che non faranno più parte della tua quotidianità e che hai apprezzato davvero. Giovani che la crisi non risparmia fregandosene del merito e della serietà.

Ieri non ho dormito. E nemmeno avantieri. E nemmeno tutto il mese scorso. Ho pensato di lasciare tutto perché la responsabilità pesa quanto la voglia di andare in un nondove per un nonquando e non tornare mai più in mezzo a tutto questo fango.
Ho licenziato delle persone. Persone che mi riterranno responsabile della loro rovina. E avranno ragione. Anche se non sanno che la loro rovina è la mia, il mio fallimento più grande. E anche se lo sapessero, giustamente, se la metterebbero nel culo la mia tristezza e i miei sensi di colpa, perché io, comunque vada, avrò il mio mese pagato.
E non c’è un CHI che valga più di un altro. C’è solo una fottuta logica burocratica che impone di scegliere inesorabilmente l’ultimo della lista. L’ultimo assunto, a scalare dal basso.

E’ un calendario maledetto. Una lista nera che col tempo va ad accorciarsi. Col sangue. Quello sputato da un collega che aveva programmato di sposarsi a fine anno e che ha una bimba in arrivo. Quello che una madre dovrà far succhiare dalle sue vene ai suoi figli per mantenerli.

Scelte non scelte. Drammi di tutti i giorni che devi vivere come un usuraio anche se la sera quando arrivi a casa vomiti dal disgusto.

Questa è la crisi caro il mio Presidente, non quell’empasse identitaria nella quale ora Lei e i suoi amici di merende vi trovate ad affrontare con l’unico obiettivo di non perderci la faccia.

Io la faccia ormai l’ho persa. L’ho dovuta vendere al mercato per riuscire a pagare gli affitti e le spese della mia azienda e per mantenerci dentro quei quattro cristi che la fanno andare avanti.

Mangio veleno tutti i giorni e ingoio il disprezzo delle persone che ho messo in mezzo alla strada.

Io me lo prendo il mio destino e non posso farci nulla.

Ma volevo raccontarglielo per farle capire cose che sulla sua pelle non dovrà vivere mai.
E se la forza di una preghiera m’è rimasta, sappia, non la sprecherò per augurare a lei il dolore che porto con me tutti i giorni, ma per implorare almeno uno straccio di perdono a quei disgraziati che ho mandato a morire.

Un imprenditore sardo. Poco imprenditore, molto sardo e molto disperato.

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