DECALOGO DEL SASSARESE AL MARE

Avevamo promesso di parlare di Sorso, di Sennori e dei sui dintorni, bene ecco un eccezionale documento che ne ritrae il nostro vicino sassarese al mare, ritratto che se letto con attenzione non può che rifletterci, il Sorsese alla Marina di Sorso, e le frotte di Sennoresi alla Fozza…e che dire tutto il mondo è paese……….

DECALOGO DEL SASSARESE AL MARE

1) Il vero sassarese non va al mare, ma “fara a Platamona” che non è la semplice spiaggia dei sassaresi, ma un vero e proprio microcosmo, un concetto filosofico, un alto ideale, uno stile di vita esclusivo che solo un sassarese doc si può permettere.

2) Se maggiorenne e dotato di mezzo proprio il sassarese percorre la strada statale Buddi Buddi per raggiungere la sua località balneare preferita. La scelta cade su questo percorso poiché un sassarese che si rispetti fa tappa al bar Graziella, dove, dopo aver parcheggiato sgommando, entra gioioso e schiamazzante e chiede una bottiglia di birra e tre bicchieri (anche se è da solo, ma dire “un’impulla di birra e tre tazzi mascì” fa più ommu).

3) Il sassarese minorenne non dotato di mezzo proprio si reca a Platamona con il mezzo di trasporto per eccellenza “l’EMMEPI'” nelle due varianti “via Buddi Buddi” e “via Ottava”. La scelta dell’una o dell’altra opzione è del tutto indifferente per il minorenne, perché l’importante è trovare posto dietro “pa’ fà barracca”. Essenziale un coro tipo “zi poni la faccia in cu’, lu controllò lu controllò” all’ingresso del controllore sul mezzo.

4) Un sassarese “come si tocca” (epiteto dato a persona che si rispetti) va al mare con costume slip aderente, zocculi e maglia della Torres.
Il perché di questi tre capi d’abbigliamento è spiegato di seguito:
a) Gli slip: intanto i boxer è “robba di frosci”, e poi lo slip permette al sassarese di mostrare, tutto tronfio e pieno di se, la propria attrezzatura sessuale (spesso sovradimensionata da una melanzana di dimensioni medie apposta all’interno degli slip stessi). Lo slip, accuratamente rinforzato, permette inoltre di sostare nel bagnasciuga della spiaggia (meglio se “lu terzo”.terzo pettine per i blasfemi) per mostrare alle gentili donzelle che passeggiano la propria virilità, accompagnando l’esposizione artistica con frasi del tipo “Ebbbé mascì, ma robba così mai visto ne hai?” o con l’intramontabile “Meee mascì, abaidda ogna pizzona dell’anglona”, seguito da un sonoro verso del maiale.
b) Li zoccuri (zoccoli per i profani): intanto le infradito è “robba di frosci”. Questo pittoresco quanto elegantissimo capo d’abbigliamento consente al vero sassarese di espletare due funzioni fondamentali: innanzitutto il passo con trascinamento del piede risulta molto rumoroso e cadenzato nel modo giusto può ricordare il rullare dei tamburi dei candelieri. In secondo luogo, se inserito in una mano e non nel piede lu zoccuru può diventare l’arma vincente in un sano “affarratorio” con qualcuno che sta guardando male.
c) Maglia della Torres: intanto chi non tifa Torres è “un bé frosciu”. Qui c’è poco da commentare, la maglia della Torres è la seconda pelle di qualsiasi sassarese che si rispetti.

5) Almeno ¾ del tempo che un vero sassarese dedica alla sua gita al mare, vanno trascorsi a “lu chiosco” (per i trogloditi non sassaresi si legge ghiosco), in modo tale da potersi dedicare all’attività nella quale ciascun sassarese che si consideri tale deve eccellere: bere birra. L’attività madre deve essere svolta possibilmente in chiassosa compagnia e comporta l’ingurgitamento di un minimo di 12 litri di birra a ora di permanenza a “lu chiosco”. Vietato rigorosamente sedersi; il sassarese puro beve in piedi vicino al bancone (con gomito appoggiato e piedi incrociati) e appoggia il bicchiere solo se per trastullarsi le parti intime in caso di eccessiva “magnazzona” (prurito per gli stranieri). Inutile dirlo perché ovvio: sempre e comunque rutto libero!!!

6) Il pranzo in pineta non è la semplice soddisfazione di un bisogno primario (l’alimentazione), ma è un’istituzione sacra, una filosofia di vita, un percorso mistico trascendentale che in certi casi può portare al raggiungimento del nirvana. Non esiste che un sassarese si porti il panino da casa o compri un tramezzino a lu ghiosco (tutta robba di frosci); il pranzo in pineta deve essere consumato in compagnia numerosissima e deve prevedere come minimo una decina di portate: dallo zimino alla cordula, dalle favette alle lumachine, dai coccoi alla carne di cavallo, giggioni e così via. E’ essenziale che il pasto venga accompagnato da fiumi di vino rosso (rigorosmante in boccione) e si concluda con un assaggio di acquavite o mirto rosso possibilmente fatto in casa, ma un Zedda Piras (santi subito!!!) va bene uguale.
Per il dopo pranzo al sassarese doc si presentano diverse opzioni ludico-culturali tra cui segnaliamo:
a) Una bella cantata in compagnia, rigorosamente cun la chiltherra (con aggiunta di mandurinu per i puristi) spaziando tra i pezzi storici di Ginetto Ruzzetta e Giovannino Giordo ai più commerciali e psichedelici Sonos de Manos, il cui pezzo storico “la notti” ha di gran lunga surclassato la ormai obsoleta Canzone del sole.
b) Il mangiare può provocare in alcuni degli scombussolamenti intestinali tali da richiedere un’immediata evacuazione. Il sassarese doc, da gran signore, segnala ai presenti la sua impellente necessità fisiologica innanzitutto “truddiendi cumenti un cani” (petando come un essere vivente di razza canina..sempre per i profani) e rivolgendosi ai commensali con francesismi e frasi culturalmente elevate quali: “Teee fiaggadiru abà” oppure “Teeee coloraru”. Dopo il gustosissimo siparietto un vero sassarese si alza dalla sedia (dopo tre ore di pranzo) e dichiara ad alta voce “Bè, guasi guasi andu a fammi una bedda caggadda” e tra gli applausi commossi della gente si avvia con passo svelto verso i pini interni che gli consentono di dedicarsi alla tanto agognata defecatio.
c) I più colti e cosmopoliti dei sassaresi si dedicano invece allo scambio interculturale. Già dal primo pomeriggio è infatti possibile scambiare opinioni sulla geopolitica internazionale o sulle conseguenze delle esternalità negative causate da un eccessivo ridimensionamento delle politiche sociali, con delle simpaticissime signorine nigeriane che sostano nelle strade adiacenti ai pettini.
d) E’ concessa la pennichella post-pranzo da consumarsi all’ombra di un pino, evitando accuratamente di posizionarsi su quelli un po’ più interni per non incorrere in spiacevoli discussioni con i sassaresi che si stanno dedicando all’attività descritta nel punto b).

7) Il telo da mare è un accessorio del tutto opzionale. In passato, il dibattito tra puristi e modernisti sull’utilità dell’oggetto in questione è stato anche molto aspro. Da un lato c’era chi sosteneva l’inutilità di un simile pezzo di stoffa e dall’altro chi invece spingeva per il suo utilizzo; l’avvento del bidet nelle case ha comunque spostato l’attenzione dell’intellighentia sassarese sulla possibilità o meno di utilizzare il sanitario in questione per piantare predusimuru (prezzemolo per gli ignoranti).
Alla fine chi proprio non può farne a meno può utilizzare l’asciugamano, purché sia ben visibile la scritta Birra Ichnusa su un lato e Bionda Sardegna sull’altro.

8) Durante la permanenza in spiaggia un vero sassarese non può a fare a meno di costruire di suo pugno e ovviamente con il talento ingegneristico che lo contraddistingue un “tramporinu” (trampolino per i blasfemi) adatto per l’attività fisica nota come “Tuffà”. Utilizzando vario materiale che la spiaggia di Platamona mette generosamente a disposizione il sassarese doc costruisce così lu tramporinu e si mette ordinatamente in fila per poter usufruire del medesimo. Correndo il più veloce possibile e con urlo sovraumano il degno sassarese si avvicina a lu tramporinu posizionato nel bagnasciuga, poggia un piede sulla pedana e spicca un atletico balzo che lo porta ad immergersi in acqua a “cabuzzoni” o nel più classico tuffo a “bbbomba”.

9) Il Sassarese al mare negli anni ’70 non portava un semplice ombrellone ma procedeva a fabbricare “la casetta” con il tipico telo di materesso vecchio a strisce verticali fissato in alto e rincalzato in basso con la sabbia a creare un ambiente ermetico e riservato.
All’interno della “casetta” tipicamente era custodito il frugale pasto da consumare in spiaggia (il pranzo in pineta era più propriamente cosa da “Mezz’aushtu”:
Ciogga minudda cu ra pumatta e pabaroni o cu ri patati chi ti intendini ciuccendi finz’a Posthu Dorra.
Un boccione di minestrone di “fagiolu tondu”;
Una pentola di ciggioni(gnocchetti sardi) al sugo (meglio se ghisadu sugo di carne) ben legata con un cannabazzu (canovaccio) fermato in cima da un vistoso fiocco;
Due o tre chili di fettine impanate;Ventiquattro uova sode;
Due suaffate di “melenzane” (melanzane a Sassari non si usa …) alla parmigiana;
Due chili di “pane grosso”;Un bidoncino da cinque di vino “di proprietà”.Un termos di caffè;
E verso le 12.30 13.00 non partiva il pranzo ma un vero e proprio film di guerra.

Tratto da http://sassareserie.blogspot.com

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