Bentornata a casa, Silvia. Non c’è altro da aggiungere

  • Se vostra figlia tornasse a casa dopo un anno e mezzo con dei vestiti somali e non con dei jeans o una minigonna come vi aspettereste dai suoi 24 anni.
  • Se si fosse convertita all’Islam, al buddismo o se tornasse atea.
  • Se si fosse sposata o fidanzata, se fosse incinta o tornasse con in braccio un bambino.
  • Se fosse partita eterosessuale e scoprisse di essere omosessuale.
  • Se tornasse felice, con qualche chilo in piu, apparentemente non provata nel fisico invece che deperita o triste la vorreste riabbracciare lo stesso?
  • Sareste le persone più felici del mondo anche voi che avete scritto che bisognava lasciarla dov’era?
  • Sareste grati allo Stato per aver fatto di tutto per riportarla a casa?
  • Per ridarvi la gioia di un abbraccio che vale molto più di quattro milioni di euro. Credo di sì.
Ventitré anni fa un’altra Silvia tornò a casa sorridente e sovrappeso dopo nove mesi di prigionia. I suoi carcerieri in quel caso non erano islamisti, ma sardi e sicuramente i loro figli, le loro madri e loro stessi erano stati battezzati in una chiesa cattolica, proprio come tutti quelli che ora stanno giudicando Silvia Romano per la sua conversione e nel 1997 hanno giudicato Silvia Melis perché quando si presentò ai giornalisti davanti alla questura di Nuoro ere ordinata, pulita, un filo di trucco – come ha scritto Simonetta Selloni sulla Nuova Sardegna qualche mese fa – e questo suo aspetto diede il via al tritacarne mediatico: come mai è così a posto, non è possibile che ne sia uscita da sola, sarà almeno tre giorni libera. Perché la sua immagine non corrispondeva allo standard della sequestrata.
Allora non c’erano i social network altrimenti anche Silvia Melis avrebbe ricevuto l’odio che in queste ore si sta riversando su Silvia Romano. In quel caso la gente si limitò a commentare nei bar di tutta la Sardegna, la terra che avrebbe dovuto gioire per una figlia e madre ritornata a casa. Tutti, anche in quel caso, avevano la verità in tasca. Proprio come oggi.
Silvia Romano  è tornata libera ieri, dopo un anno e mezzo di prigionia.
La parte sana di questo Paese – ha detto Guido Saraceni – ha festeggiato l’evento con profonda gioia e spontanea commozione. La parte malata non ha invece perso occasione per riversare su Silvia tutto il suo odio represso, la sua cattiveria, la sua intima e bruciante frustrazione.  Si chiama “colpevolizzare la vittima”. Riguarda la donna che viene violentata e uccisa “per amore” (notare le virgolette); la/il volontaria/o che viene rapito o ucciso in un Paese straniero; il piccolo delinquente massacrato tra le mura silenziose di una questura – o ucciso in carcere. Cerchiamo di capirlo una volta per tutte: la vittima non è mai colpevole; la vita, la dignità e l’incolumità di un’altra persona meritano di essere tutelate sempre, non ci sono “ma” o  “però” che tengano.
Se riuscite a vedere qualcosa di marcio anche nella libertà di Silvia vuol dire che il marcio l’avete dentro, negli occhi. Ed io, sinceramente – conclude Saraceni – provo parecchia pena per voi. Bentornata a casa, Silvia.
Non c’è altro da aggiungere”.
(da un pubblicazione su facebook che condividiamo in toto)

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